20 aprile 2018

Kevin Townsend


Ricordati di essere felice

C’erano delle mattine in cui mi sentivo talmente sola che immaginavo di scendere dal terzo piano, scegliere qualcuno per la strada, chiunque fosse, e chiedergli: “Vorresti essere il mio migliore amico?” con il tono del Piccolo Principe quando parlava con la Volpe.
Mi sarei accontentata di una persona qualsiasi, non necessariamente la più bella o il più bello, qualcuno che fosse passato davanti a me con un aspetto normale, senza eccessive stravaganze. Non ci tenevo che si trattasse del primo della classe, né del più sicuro di sé, ma sognavo una persona che mi guardasse negli occhi, che mi sorridesse, e ascoltasse quando gli parlavo.

...

Nessuno mi può dire se devo partire o restare. Nessuno sa queste cose. Papà avrebbe saputo, ma non c’era più.
Se n’era andato senza darmi nessun consiglio sul mio avvenire. Mi aveva lasciata sola di fronte ai miei problemi. A volte, non trovando un’indicazione in me stessa, cercavo la sua voce, ma la risposta poteva essere poco piacevole: «Sei tirannica!». Ecco cosa mi toccava sentire. Lui, che mi aveva abbandonata, si irritava delle mie prepotenze. Ero offesa, e lo consideravo responsabile della sua assenza. Che lusso! Addirittura attribuirgli la colpa di esser morto. Ci sono momenti felici in cui la voce del defunto si fonde con la nostra, a tal punto che è difficile sapere chi sta parlando. Purtroppo, quel giorno, l’unica voce che udivo era quella del mare, misteriosa e ineffabile.


Christine Orban 

19 aprile 2018

Buonanotte del 19 aprile 2018

Solo i Nudi vivono nel Sole, solo i Semplici cavalcano il Vento e solo chi si smarrisce migliaia di volte riuscirà a tornare a casa.

— K. Gibran

Will Barnet


Venne infine

Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio.
È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore. 

~ K. Marx, “Miseria della filosofia”

18 aprile 2018

Buonanotte del 18 aprile 2018

Fummo quello che non si racconta e non si ammette, ma che mai si dimentica.

— Frida Kahlo

Hayashi Takahiko


L'orribile sogno del poeta

Ichna

Immagina un po’ cosa ho sognato.
All’apparenza tutto è proprio come da noi.
La terra sotto i piedi, acqua, fuoco, aria,
verticale, orizzontale, triangolo, cerchio,
lato sinistro e destro.
Tempo passabile, paesaggi non male
e parecchie creature dotate di linguaggio.
Però quel linguaggio non è di questa Terra.

Nelle frasi domina l’incondizionale.
I nomi aderiscono strettamente alle cose.
Nulla da aggiungere, togliere, cambiare e spostare.

Il tempo è sempre quello dell’orologio.
Passato e futuro hanno un ambito ristretto.
Per i ricordi, il singolo secondo trascorso,
per le previsioni, un altro secondo
che sta appunto cominciando.

Parole quante è necessario. Mai una di troppo,
e questo vuol dire che non c’è poesia,
né filosofia, e neppure religione.
Là simili trastulli non sono previsti.

Niente che si possa anche solo pensare
o vedere a occhi chiusi.

Se si cerca, è ciò che è già lì accanto.
Se si chiede, è ciò per cui c’è una risposta.

Si stupirebbero molto,
se mai sapessero stupirsi,
che da qualche parte esistono motivi di stupore.

La parola “inquietudine”, da loro considerata oscena,
non oserebbe comparire nel vocabolario.

Il mondo si presenta in modo chiaro
anche nell’oscurità profonda.
Si dà a ciascuno per un prezzo accessibile.
Nessuno esige il resto prima di lasciare la cassa.

Dei sentimenti -la soddisfazione. E nessuna parentesi.
La vita con un punto al piede. E il rombo delle galassie.

Ammetti che nulla di peggio
può capitare al poeta.
E poi nulla di meglio
che svegliarsi in fretta.

Wisława Szymborska

17 aprile 2018

Buonanotte del 17 aprile 2018

[Per quanto uno possa riscrivere il passato, minuziosamente e con diligenza, non può modificare la propria condizione presente.]

Il tempo possiede la forza di cancellare uno dopo l'altro i cambiamenti artificiosi. Lì dove sono state apportate modifiche, il tempo interviene e riscrive, ripristinando il flusso originale. Forse la cosa giusta da fare per lui era stare in piedi all'incrocio del presente e guardare con coraggio e sincerità il passato. Scrivere il futuro come se fosse il passato.

Haruki Murakami, da 1Q84

Ryan Tippery


Io di te vorrei

Io di te vorrei la parte che non mostri a nessuno, quella che tieni solo per te.
Troppo facile fermarsi al primo strato e prendere solo ciò che ci fa comodo.
Un po’ come chiedere “Come stai” e poi fregarsene della risposta. Io voglio sapere come stai, come stai davvero. Non mi bastano quattro parole di circostanza o una risposta cortese, io voglio leggerlo nei tuoi occhi, voglio prenderti per mano tutte le volte che abbassi un po’ lo sguardo sorpresa da qualche piccola paura, quando sorridi invece di piangere, quando cerchi risposte che non trovi, quando ti specchi e ti vedi grassa, quando sei gelosa perché hai bisogno di attenzioni. Io voglio davvero sapere come stai, io voglio essere certo che stai bene.

— Roberto Emanuelli

16 aprile 2018

Buonanotte del 16 aprile 2018

Che cosa vuol dire, davvero, essere fedeli a se stessi? Troppa fedeltà non significa forse chiudersi rigidamente al mondo, al nuovo, alla possibilità di evoluzione e cambiamento? Come diceva Hanif Kureishi, in un libro che non riesco a dimenticare, “Se non si lasciasse niente o nessuno, non ci sarebbe spazio per il nuovo. Forse ogni giorno dovrebbe prevedere almeno un’infedeltà essenziale o un tradimento necessario”. Forse.

Marguerite Duras, “L’amante”

Brooklyn Bridge


Albert Gleizes

Camminare

Il camminare placa. In esso c'è un potere salutare. La regolarità del mettere-un-piede-davanti-all'altro, muovendo nel contempo ritmicamente le braccia, l'aumento della frequenza respiratoria, la lieve stimolazione del polso, le attività degli occhi e delle orecchie, necessarie per determinare la direzione e per mantenere l'equilibrio, la sensazione dell'aria che sfiora la pelle… tutti questi fenomeni non possono che portare all'unione del corpo e della mente e fanno crescere e prosperare l'anima, per quanto essa sia ferita e oppressa.
— 
Patrick Süskind, “Il Piccione”, Edizioni TEA, pag.87

15 aprile 2018

Buonanotte del 15 aprile 2018

Come sarà mai nata l'idea che gli uomini possono mettersi in contatto tra loro attraverso le lettere?
A una creatura umana distante si può pensare e si può afferrare una creatura umana vicina, tutto il resto sorpassa le forze umane.
Scrivere lettere però significa denudarsi davanti ai fantasmi che ciò attendono avidamente.
Baci scritti non arrivano mai a destinazione, ma vengono bevuti dai fantasmi lungo il tragitto.
Con così abbondante alimento questi si moltiplicano in modo inaudito.

F. Kafka

Jo Delahaut


Ecco la mia eredità

Simon

Conobbi Simon quando lui aveva undici anni e io nove. Veniva dalla Francia, dove era nato da genitori italiani che vi erano emigrati all’inizio degli anni Venti in cerca di fortuna. Sembrava che le cose fossero andate piuttosto bene per loro, perché una volta ritornati in patria, e per sempre, rilevarono un esercizio di sali e tabacchi che serviva, a quei tempi, da piccolo bazar; e si comperarono anche una bella casetta che lo incorporava. Dal suo arrivo in Italia Simon destò una certa curiosità presso la banda di mocciosi alla quale appartenevo anch’io. La sua difficoltà ad assimilare il nostro dialetto, la caratteristica della ‘erre moscia” e una sorta di timidezza ci dettero a prima vista la sensazione di poterlo dominare a piacere. Pur essendo di modesta statura, e così restò anche da grande, era di costituzione robusta e ben presto restammo ammirati dalla sua capacità, quasi funambolesca, di fare il salto mortale, di camminare avanti e indietro con le mani e le gambe all’aria, e, soprattutto, dalla sua imbattibilità nel nuoto. Simon, dunque, fu presto accettato da tutti noi, e il suo inserimento giovò al “branco” perché vi aveva introdotto uno stimolo nuovo. Mi accorsi, durante gli anni successivi, che, benché non ci somigliassimo, né per qualità somatiche, né per carattere, avevamo molto in comune: era di entrambi la curiosità di conoscere il mondo, cercare la risposta a molti perché, e, soprattutto, il piacere di conversare insieme su argomenti i più disparati. Sentivamo di nutrire rispetto e ammirazione per quella macchina meravigliosa che è il cervello umano e per le sue sconfinate possibilità creative. Eravamo convinti che l’unica grande differenza che ci distingue dagli altri animali risiedeva nel potenziale di questo organo, piuttosto che in astratte regioni dell’anima, che non si vede, né sappiamo veramente cosa sia. Fin d’allora, sentivamo di appartenere alla schiera degli evoluzionisti piuttosto che a quella dei creazionisti, pur conoscendo la dottrina cristiana e avendo assistito a tante prediche in chiesa. Eravamo alquanto digiuni della filosofia illuministica e conoscevamo ben poco Darwin. Era qualcosa di spontaneo a farci ragionare in quel modo e non provavamo alcuna vergogna a parlarne con certi bigotti che, ai primi nostri accenni, si facevano il nome del padre. Determinati a mettere la ragione all’apice dei nostri interessi culturali, trascurammo di proposito tutto quello che riguardava il trascendente.
Eravamo solo alle nozioni che formano una buona conoscenza del sapere nella sua globalità, però già viziati dalla tendenza a trascurare i grandi temi della fede a favore di quelli della ragione. Oggi, che sono al tramonto, non rinnego tutto ciò, ma vedo le cose con occhi diversi, più distaccati, meno prigionieri dell’ardente intransigenza della gioventù.
In amore, Simon, quando se ne parlava fra di noi, lasciava intendere che amava procurarsi piaceri sessuali piuttosto arditi, attento solo all’erotismo, e in questo c’era del vero; ma io sapevo che in fondo in fondo egli aveva un concetto nobilissimo dell’amore vero, che andava cercando continuamente, sarei tentato di dire, con la paura di perderlo prima ancora di averlo trovato. Da ottimo ballerino quale era, dal dopoguerra frequentò con me numerose piste da ballo, dove ci abbandonavamo ai nuovi ritmi del jazz, e in particolare della musica sudamericana che amavamo entrambi. Il ballo era il principale svago dei giovani alla fine degli anni Quaranta e per tutti i Cinquanta. Ci accomunava anche l’amore per la poesia e la grande musica. Cercavamo di non mancare ai concerti più importanti che vennero dati nelle nostre città. Avemmo l’occasione di assisterne ad alcuni memorabili, nei quali si esibirono al pianoforte esecutori del calibro di Arthur Rubinstein, Arturo Benedetti Michelangeli, Alfred Cortot ecc., e al violino David Oistrach, Jehudi Menuhin, Isaac Stern e tanti altri. Il jazz lo potevamo gustare solo ascoltando i settantotto giri americani.
Per un innato senso di competizione insito nella natura umana, Simon, che in matematica era più forte di me, amava sorprendermi con alcuni problemi apparentemente semplici, ma che si trasformavano in autentici incubi. Allora io mi rifacevo con la filosofia, nella quale lui mostrava più evidenti i suoi limiti; a volte cadeva in un ginepraio di argomentazioni assurde, senza capo né coda. Non ci fu mai cattiveria nel prevalere l’uno sull’altro, e sebbene notassi che aveva spesso scarsa capacità di esprimere compiutamente un concetto, cercai sempre, più o meno abilmente, di trovare un diversivo che lo liberasse da un palese imbarazzo. La stessa cosa accadeva se ero io che non riuscivo a risolvere qualche maledetto rompicapo matematico da lui proposto: non ostentava compiacimento, ma passava a parlare d’altro.
Era arguto e facile alle battute. Ricordo una mattina di un Natale negli anni Cinquanta. Erano circa le undici e stavo al bar con altri amici, ognuno raccontando come aveva passato la vigilia. Mancava Simon, ma di lì a poco comparve con aria ancora assonnata. Aveva una faccia che sembrava una maschera, piena di escoriazioni di un colore rosso-blu. Noi tutti esclamammo: “Che cosa ti è successo?”. “Semplice — rispose imperturbabile —mi sono conciato per le feste”.
Venni a sapere, non da lui perché nemmeno se lo ricordava, che la sera precedente era stato a una festa con alcuni suoi ex compagni di scuola, si era ubriacato e aveva fatto un gran ruzzolone sul selciato, nel tentativo di rincorrere un tizio che gli aveva combinato uno scherzo sgradito.
Spirito irrequieto, a venticinque anni andò all’estero, girovagò da un paese all’altro nel Nord Europa, e finalmente si stabilì a Londra per un lungo periodo facendo diversi lavori per campare, avendo prosciugato la cospicua scorta di denaro di cui si era munito quando lasciò l’Italia. Sempre alla ricerca di amori impossibili, finì col degradarsi dedicandosi all’alcol. Tornò parecchio tempo dopo, quando ero già sposato. Era malandato e già con i segni di una precoce decadenza. Ci vedevamo raramente, perché quando tornavo dai frequenti viaggi all’estero per lavoro amavo restare in casa con mia moglie e i figli; nonostante non mi fossi mai curato delle apparenze, la frequentazione assidua di uno scapolo in casa di due giovani sposini mal si conciliava con le usanze di allora. Una decina di anni più tardi, pure lui si sposò con una disgraziata con la quale aveva intrattenuto, per lungo tempo, solo rapporti sessuali. Sebbene conoscessi quella donna, per niente convinto che quel matrimonio avrebbe potuto procurargli un briciolo di felicità, ero comunque certo che niente avrei potuto fare per dissuaderlo.
Poco tempo dopo, quella femmina riuscì a incastrarlo, facendosi intestare una proprietà immobiliare
avuta in eredità dai genitori, e, anziché aiutarlo a vincere il maledetto vizio del bere, cercò in ogni modo di alimentarlo, come dissero i bene informati.
Povero amico mio, lo ospitai in casa per l’ultima volta, a cena, Ci prodigammo invano mia moglie e io, perché non riuscimmo a fargli assaggiare che qualche boccone. Piuttosto fu prodigo nel bere, e noi col cuore affranto lo lasciammo fare. Aveva la barba incolta, gli occhi di un allucinato e il vestito malandato, lui che da giovane ci teneva tanto e non si offendeva se lo chiamavano “gagà”.
Parlò poco e a fatica. Ricordo che a un tratto, guardandoci in silenzio, disse con gli occhi più lucidi del solito: “Siete davvero una bella coppia”.
Poco dopo si alzò, e parve che più che accomiatarsi volesse fuggire. Mi strinse la mano con forza e se ne andò.
Qualche settimana dopo fu colto da delirium tremens e morì in poche ore. Era ricoverato per l’ennesima volta in ospedale, ma anziché seguire la terapia prescritta si procurò una bottiglia dì whiskey e se la scolò tutta. Fu, ne sono certo, un autentico suicidio dettato dalla disperazione.

Enzo Belia

14 aprile 2018

Buonanotte del 14 aprile 2018

Il tuo dovere è di non consumarti mai nel sacrificio. Il tuo dovere reale è di salvare il tuo sogno. La Bellezza ha anche dei doveri dolorosi: creano però i più belli sforzi dell'anima. Ogni ostacolo sormontato segna un accrescimento della nostra volontà, produce il rinnovamento necessario e progressivo della nostra aspirazione. Abbi il culto sacro (io lo dico per te… e per me) per tutto ciò che può esaltare ed eccitare la tua intelligenza. Cerca di provocarli, di perpetrarli, questi stimoli fecondi, perché soli possono spingere l'intelligenza al suo massimo potere creatore.

Amedeo Modigliani

Shane Drinkwater


Big field trip

Gunvor Hofmo

il sabato poesia

Il tuo cuore

Il tuo cuore non
grida più come
il corvo nella neve
non infilza più le stelle
con la lancia della sua angoscia
ma ascolta. Sotto ogni cosa
una crepuscolare melodia
di maturazione,
di oscuro borbottio
sul bene e il male
in equilibrio nonostante tutto

Traduzione di Massimo Ciaravolo